A Mauro Rea
Per quel che vedo, per quel che ne so, Mauro Rea è un cavernicolo.
Ma mica è un insulto, anzi.
Uno di quelli che prendeva il fango e impiastri vari e
li spalmava sulle pareti delle grotte
per raffigurare cacce furiose, bestie gloriose, invocazioni ossequiose
alle divinità della sopravvivenza.
Poi lui - il pittore - e gli altri compari si accovacciavano attorno al focaraccio
a rimembrare e a sbranare qualche cosciotto di rinoceronte lanoso.
Ora non voglio dire che bisogna per forza tornare alle caverne ma quasi.
Bisogna tornare a quando non c’era ancora il mercato dopato
del potentato bacato che mette i paletti e pretende di dettare le regole.
Si fa l’artista, il pittore, l’intagliatore di ossa di mammut,
per creare un focolare intorno al quale raccontare le proprie storie,
per esorcizzare i mostri ancestrali, per danzare con i nostri sodali.
Mica per staccare assegni con lunghe file di zeri.
Pablo Echaurren
Roma 2012
dal catalogo Oltre la linea d'orizzonte del respiro ani-male
Palladino editore 2012
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